Nel settore estetico si parla ovunque di cosmetica sostenibile. “Green”, “vegan”, etc. sono diventate parole chiave, spesso usate come leve di marketing più che come indicatori reali di valore. Ma cosa significano davvero? E soprattutto: quanto c’è di concreto dietro queste etichette?
È stato questo il cuore della live “Pigiama Party Educational”, un format dedicato alla formazione delle future estetiste, che ha messo al centro proprio il tema della sostenibilità nel mondo cosmetico. Un confronto diretto, senza troppi giri di parole, condotto da Eliana Caldi, che ha provato a fare ordine in un terreno dove la confusione regna sovrana.
Green non significa (necessariamente) sostenibile
Il primo punto chiarito è semplice, ma spesso frainteso: “green” non è sinonimo di sostenibilità. L’ospite della serata, Magda Massaglia – Responsabile Marketing e Comunicazione per Sothys Italia, ha spiegato che nel linguaggio cosmetico, il termine “green” indica generalmente la presenza di ingredienti naturali o un richiamo al mondo vegetale. Ma da solo non garantisce né l’impatto ambientale ridotto né una filiera etica.
Diverso è il concetto di “vegan”, che si riferisce in modo più preciso alla composizione: un cosmetico vegan esclude ingredienti di origine animale. Anche qui, però, attenzione: non implica automaticamente sostenibilità.
E poi c’è la parola più abusata di tutte: “sostenibile”. Un termine ampio, spesso utilizzato in modo superficiale, ma che in realtà dovrebbe includere molto di più del semplice prodotto: materie prime, processi produttivi, impatto ambientale e sociale.
Comsetica sostenibile: tutto parte dalla materia prima
Se c’è un concetto che emerge con forza è questo: la sostenibilità non nasce in laboratorio, ma nel campo. La coltivazione delle materie prime è il primo vero banco di prova.
Per parlare di cosmetico biologico, ad esempio, è necessario partire da ingredienti coltivati secondo criteri rigorosi, senza sostanze di sintesi invasive o pratiche agricole impattanti. Un passaggio tutt’altro che scontato, che rende la produzione bio molto più complessa di quanto si possa immaginare.
E non è solo una questione tecnica. È anche una questione di resa: per ottenere piccole quantità di principio attivo, spesso servono enormi volumi di materia vegetale. Un dato che racconta bene quanto sia impegnativo – e costoso – lavorare davvero in modo naturale.
Ingredienti naturali vs principi attivi
Altro punto chiave: non tutto ciò che è naturale è automaticamente efficace.
Un ingrediente naturale è la materia prima “così com’è” (come un burro vegetale o un olio). Il principio attivo, invece, è la componente estratta e concentrata che ha un’azione specifica sulla pelle. Ed è proprio qui che entra in gioco la ricerca cosmetica, con processi complessi per isolare e utilizzare queste sostanze.
Certificazioni: il vero discrimine
In un mercato affollato di claim, sono le certificazioni a fare la differenza.
Non tutte valgono allo stesso modo: esistono livelli diversi e non tutte garantiscono gli stessi standard. Le certificazioni più rigorose, come quelle biologiche di alto livello, impongono parametri stringenti: percentuali minime di ingredienti bio, esclusione di sostanze sintetiche controverse, packaging sostenibile e tracciabilità dell’intera filiera.
Un processo lungo, che può richiedere anni. E proprio per questo rappresenta un elemento concreto di valore, ben oltre lo storytelling.
Sostenibilità: quando diventa azione
C’è però un passaggio ancora più interessante: la sostenibilità non può fermarsi al prodotto.
Sempre più aziende stanno affiancando alla produzione iniziative concrete di tutela ambientale e sociale. Dalla rigenerazione degli ecosistemi marini al recupero della plastica nelle aree più inquinate, fino a progetti che coinvolgono direttamente le comunità locali.
Qui il concetto cambia: non si tratta più solo di “ridurre l’impatto”, ma di generare un impatto positivo. Restituire, non solo prendere.
Nella cosmetica sostenibile, le nuove generazioni alzano l’asticella
Un dato emerge chiaramente: le nuove generazioni non si accontentano più delle parole.
Chiedono prove, dati, esempi concreti. Vogliono capire cosa c’è davvero dietro un prodotto, come viene realizzato, quale impatto ha. E questa attitudine sta cambiando il mercato, spingendo le aziende verso maggiore trasparenza.
Nel mondo dell’estetica professionale, questo si traduce in una nuova responsabilità: non basta saper utilizzare un prodotto, bisogna conoscerlo, comprenderlo e saperlo raccontare.
La sostenibilità è una promessa
In un settore in continua evoluzione, la differenza la fa un atteggiamento: la curiosità.
Capire, approfondire, non fermarsi alle etichette. Perché oggi più che mai, nel beauty professionale, la sostenibilità non è una parola da usare. È una promessa da dimostrare.
Rachele Bini
Giornalista, vicedirettrice di Les Nouvelles Esthétiques Italia e caporedattrice di LNE School. Racconta il mercato dell’estetica professionale e della formazione, osservandone evoluzioni e dinamiche con uno sguardo di matrice sociologica. Unisce rigore giornalistico e capacità di sintesi, rendendo accessibili anche i temi più tecnici. Lettrice compulsiva, trova storie ovunque: anche nelle etichette degli shampoo.


