È la guerra, bellezza! | IN ALTRE PAROLE: IL PICCOLO DIZIONARIO DI BELLEZZE

è la guerra bellezza

di Sara Patrone, estetista, social meda manager e autrice del libro Il malinteso della bellezza 

Le parole sono importanti e vanno utilizzate con attenzione e cura, sul lavoro e nella vita di tutti i giorni, soprattutto in un settore professionale tanto impattante sulle persone come quello dell’estetica. Perché anche attraverso i termini e le espressioni che si usano si può aumentare o diminuire il senso di benessere in se stessi e negli altri… 

Il potere delle parole 

Beauty trend, un buco in agenda, crema anti-age. Impossibile dare il via a una rubrica sulle parole in uso fra le cabine del salone di bellezza senza sentir riecheggiare la voce di Michele Apicella (interpretato da Nanni Moretti in Palombella rossa) mentre schiaffeggia la giornalista che lo intervista, rimproverandola per l’impiego di espressioni sciatte, ordinarie e approssimative al grido di: “Ma come parla? Le parole sono importanti! Chi parla male, pensa male. E vive male!”. Come spiegano Valeria Della Valle e Giuseppe Patota nel libro Le parole valgono, con le parole possiamo fare cose eccezionali, come “dire l’indicibile, narrare l’inenarrabile, esprimere l’inesprimibile”. Le parole, in effetti, sono uno dei privilegi degli esseri umani e ci permettono di comunicare i nostri bisogni primari, raccontare le nostre giornate storte e memorabili, dare voce all’astratto, tramandare saperi, ricordare il passato, commuovere, convincere, difendere. Con il potere creativo delle parole possiamo anche cambiare (o non cambiare) il corso della storia individuale e collettiva, incidendo in maniera significativa sulla realtà che ci circonda e sul futuro che ci aspetta. 

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Beauty talk 

Come le parole del sommelier creano l’esperienza degustativa e quelle “del telecronista creano le azioni dei calciatori”, così le parole dell’estetista non sono il semplice sottofondo verbale all’esperienza beauty, ma la sanciscono, le danno forma, le infondono significato. Di fatto la rendono possibile prima, durante e dopo ciascun trattamento. Tuttavia, se le uniche parole che abbiamo a disposizione per creare bellezza sono le stesse diffuse dai principali brand cosmetici – anti-age, combatti i segni del tempo, elimina le rughe, lotta alle smagliature, il tuo alleato contro la cellulite, bombardare il grasso, ecc. – che tipo di esperienza potremo mai offrire alle persone che ci contattano o varcano la soglia dell’istituto in cui lavoriamo? Se, come diceva Heidegger, riusciamo a pensare limitatamente alle parole che abbiamo, armati solo di questo arsenale semantico più che a un salone di bellezza rischiamo di fare capo a un quartier generale, più che make-up artist finiamo per essere specialiste nell’arte della guerra 

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È la guerra, bellezza! 

Più che su corpi umani, ci ritroviamo ad agire su campi di battaglia. Ma battaglia contro cosa? Semplicemente contro tutto ciò che, del corpo, ci è stato insegnato essere brutto. Per qualche motivo, nel corso della storia, abbiamo imparato a disprezzare la materia di cui siamo fatti, considerandola debole, vile, sbagliata, perché si deteriora contro la nostra volontà, perché ha dei bisogni fisiologici e perché è il luogo di tutte le pulsioni. In molti saloni, templi del corpo, questa dinamica non è stata superata davvero: spesso le persone in cerca di bellezza trovano negli istituti luoghi progettati per continuare a odiare – ma professionalmente! – le loro trasformazioni fisiche, i segni che la vita lascia impressi sulla loro pelle. Avamposti qualificati in cui chiedere a beauty specialist esattamente ciò che esse sono addestrate a offrire: una lotta senza quartiere contro gli inestetismi. Ma in guerra, si sa, perdono sempre tutti! Con la differenza che questo conflitto è nascosto sotto insegne che evocano scenari paradisiaci in cui trovare pace, benessere e pulizia. 

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Con te o contro di te 

Il corpo che maltrattiamo perché ci delude svuotandosi dove lo vorremmo turgido e riempendosi dove vorremmo vederlo snello non è un animale da addomesticare. E non è nemmeno un accessorio che possiamo sostituire quando si rompe o smette di essere alla moda. Il corpo non è neppure un attributo dei nostri veri noi. La verità è che senza il corpo non potremmo stringere legami, andare a lavorare, mangiare una pizza, leggere un libro, andare al mare. Senza questo corpo “difettoso” e “deludente”, noi, molto semplicemente, non saremmo qui. Quel corpo che chiamiamo “cosa”, è invece “casa”. Quel corpo siamo noi. E siamo anche le nostre rughe, i nostri chili indesiderati, le nostre macchie cutanee, la nostra disidratazione, i nostri peli. E anche i nostri sorrisi, il gusto del nostro piatto preferito quando ne assaggiamo un boccone, le lacrime di gioia per un incontro inatteso, lo stupore di fronte a un panorama. Se, guardandoci allo specchio, riusciremo a fare come Gabriel Marcel e a dirci “io sono il mio corpo”, allora capiremo che ogni guerra ai pezzi di corpo che detestiamo è, in fondo, una guerra contro noi stessi. Essere corpo, condizione del nostro essere vivi, non è un’esperienza da odiare o combattere, ma da godere, da approfondire. E questo vale anche se il corpo smette di rispettare i canoni estetici del momento, anche se non entra più in un bellissimo abito, anche se ci gorgoglia la pancia durante una riunione formale, anche se ci cade un capello nel piatto, anche se sbuca un pelo dove non ce lo aspettavamo, anche se il nostro odore è più intenso. 

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Un tratta(men)to di pace 

Mentre l’idea di doverci aggiornare professionalmente sulle ultime innovazioni tecnologiche, le più promettenti tecniche di massaggio, le nuove formulazioni cosmetiche e i relativi protocolli ci trova non solo concordi, ma, in molti casi, impazienti, probabilmente non produrrebbe in noi lo stesso effetto galvanizzante sapere che potremmo dover aggiornare anche il nostro vocabolario di bellezza. Eppure non solo è necessario farlo, è urgente. Ne va della coerenza – un’oasi di pace non può parlare in “guerresco”! – e della civiltà del nostro settore. E il livello di civiltà dipenderà precisamente dalle quote di inclusività, consolazione, accoglienza ed educazione a un’immagine corporea positiva di cui saremo capaci, contro gli spettri generati dalla convinzione di avere un corpo sempre sbagliato e dal conseguente fardello di mancanza di autostima, vergogna e senso di inadeguatezza permanenti. Per prepararci a un futuro diverso dovremmo dotarci di parole diverse e così imparare (e imparare a insegnare!) ad abitare i nostri corpi non come detenuti in una prigione di carne, ma come identità che hanno una consistenza, una materialità. Perché le parole non si limitano a dare potere a chi le usa, esse sono potere, possibilità: di accogliere e di respingere, di curare e di nuocere, di sopraffare e di incoraggiare. 

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