Scusa ma ti chiamo “vecchia”

Scusa ma ti chiamo vecchia

di Sara Patrone  
estetista, social media manager, antropologa e autrice del libro “Il malinteso della bellezza” 

In quel clima di pace laboriosa, creativa e artigiana che si respira tra le pareti del salone di bellezza, in reception, sul lettino o al tavolo della manicure, le parole viaggiano volentieri percorrendo ponti di corda, elastici, ma fragili quanto basta a ricordarci che siamo in molti a saper parlare, ma in pochi a fare i conti con un fatto: ciò che diciamo e il modo in cui lo diciamo sono una nostra responsabilità. Le parole che utilizziamo per raccontare e raccontarci creano la realtà in cui abitiamo, lavoriamo, ci muoviamo. E poco cambia che la scolpiscano davvero in maniera michelangiolesca o ci diano solo la percezione di averlo fatto: ciò che a noi arriva, della realtà, è sempre filtrato dai nostri apprendimenti, da preferenze, paure, sogni, dalla nostra cultura. E, appunto, da parole. E se, come sosteneva Wittgenstein, i limiti del nostro linguaggio sono i limiti del nostro mondo, allora forse anche i limiti del vocabolario di bellezza che abbiamo a disposizione rischiano di rappresentare i limiti del nostro centro estetico. Limiti invisibili, forse, ma pregnanti, che dovrebbero interrogarci tutti e tutti: perché con la stessa cura con cui scegliamo prodotti, macchinari, complementi d’arredo, fragranze, grafiche, beauty specialist, divise, non selezioniamo anche le parole? Scegliere le parole è un atto di responsabilità. Con le parole, non solo con il laser, la ceretta e le pinzette, noi possiamo fare del male. 

Scusa ma ti chiamo vecchia

«Bella, vèz»

Se penso alle parole che fanno male e a una di quelle più problematiche per l’Occidente nella nostra epoca storica, torno a una sera d’estate anni fa quando, turista fra le vie di una Bologna universitaria, passeggiavo in compagnia di un gruppo di amici. In un momento, uno di noi scontrò accidentalmente una passante carica di borse della spesa e, mortificato, se ne uscì con: “Scusa, vecchia!”. La donna colpita, che non avrà avuto più di sessant’anni, fu anche affondata, giacché, in un crescendo di indignazione, ribatté stizzita: “Come prego? Vecchia a chi?”. Ricordo divertita il modo in cui, in una manciata di secondi, un fatto banale divenne una questione capitale: preso alla sprovvista, l’amico che non intendeva mancarle di rispetto, mente provava a scusarsi per averla chiamata “vecchia”, non riusciva a smettere di chiamarla “vecchia”. “Vecchia, scusa! Ma non vecchia in quel senso, vecchia! Vèz, non hai capito!”. La signora, che se ne andò imprecando, non sapeva che “vecchia”, nello slang bolognese, è un intercalare più vicino al sapore di espressioni come “cara mia”, “compagna”. E anche se mancarle di rispetto non era l’intenzione del mio amico, aveva ragione la signora: “vecchio”, fuori dal dialetto bolognese, è unanimemente considerato un aggettivo scomodo, buono per il vino, il formaggio e alcuni salumi, non certo per le persone. Figuriamoci se donne. L’accaduto mi diede l’opportunità di riflettere. Perché quella parola, seppure usata con un altro intento, aveva indisposto tanto quella donna? Cosa ha il tempo che passa e che scrive la nostra storia sulla pelle di così tanto indicibile? Perché molte persone dicono di “non sentirsi vecchie”, sebbene sul piano anagrafico, nella nostra società le riterremmo tali? 

Scusa ma ti chiamo vecchia

Old but gold? 

La piccola bagarre linguistica fu un’occasione preziosa per problematizzare una delle più grandi ovvietà del nostro tempo, che riassumo così: essere vecchi è brutto, sembrare vecchi senza esserlo è bruttissimo, sembrare vecchi ed esserlo è terrificante. Ed è un fatto curioso se pensiamo che la nostra, oggi, è una ageing society caratterizzata dalla tendenza all’invecchiamento delle persone. In poco più di un secolo l’umanità è riuscita ad aumentare di circa 40 anni la propria speranza di vita, una notizia positiva che, a giudicare da come viviamo e raccontiamo la senescenza, almeno dalle nostre parti non sembra piacerci fino in fondo. Mal di schiena, rughe, atonia, macchie, cedimenti, grinze, solchi, peli bianchi e la vista che cala rendendo difficile darsi una passata di smalto, truccarsi o “spinzettarsi” le sopracciglia in autonomia, sono solo alcune delle conseguenze corporee che molte persone sperimentano con l’età che avanza e che trovano nella società e dunque anche nei centri estetici una narrazione già pronta, pervasiva, implicita: una fragilità attribuita al corpo anziano, lento, deludente , inservibile, scaduto. Implicita eppure onnipresente, come la convinzione che “brutta” e “vecchia” siano, di fatto, sinonimi. È il fenomeno dell’ageismo, termine coniato dal gerontologo Robert Butler nel 1969 per indicare l’insieme dei pregiudizi svalorizzanti, degli stereotipi e delle discriminazioni rivolti a una persona in ragione della sua età e che, in una società informata del mito della bellezza-giovinezza come la nostra, ha nella cosiddetta “terza età” il suo bersaglio preferito. Ridotti a caricature – il vecchio saggio, il vecchio pazzo – agli anziani è dato di scegliere: possono accettare la vecchiaia come forma di umanità deteriore, oppure rifiutarla, sforzandosi di sembrare giovani, belli e performanti membri della società. 

Scusa ma ti chiamo vecchia

Forever young 

Una società sempre più anziana, che marginalizza e disprezza la senescenza tale e quale si presenta, è una società potenzialmente abitata da molte persone che soffrono. E da persone alla disperata ricerca di soluzioni per qualcosa – il tempo – che gli è stato insegnato essere un problema se si mostra sui loro corpi e se si insinua nelle loro biografie. Cosmetici e centri estetici sono fra i primi a cui rivolgersi per cercare rimedio ai segni del tempo. E i primi a offrirne: le soluzioni per pelli mature che promettono luminosità, idratazione, turgore e nutrimento sono tantissime, i trattamenti liftanti, rassodanti e rimpolpanti almeno altrettanti. Molti si raccontano volentieri con pubblicità in cui spiccano volti giovani o giovanili, a ribadire che il corpo bello e desiderabile è quello di una donna che non ha più di trent’anni. Il termine anti-age eleva e chiarisce definitivamente il concetto: poiché il prefisso “anti” indica opposizione, prevenzione, difesa da, eliminazione, contrarietà, i cosmetici della gamma anti-age non temono di dirsi in direzione ostinata e contraria rispetto alla comparsa dei segni del tempo che passa, reiterando, con le parole per descriversi, l’idea che dovremmo vivere a lungo senza invecchiare mai. 

è la guerra bellezza

Accogliere l’invecchiamento cutaneo 

Problematizzare l’invecchiamento al punto da parlare di “soluzioni” o “rimedi” per disincentivarne le manifestazioni visibili è una postura che dimentica un fatto: la sola vera causa dell’invecchiare è l’essere nati e l’aver vissuto. Certi che nessuno dei cosmetici o delle manualità che si definiscono anti-age voglia (o possa!) essere talmente efficace da cancellare pure il fatto stesso di essere venuti al mondo, potremmo forse interessarci al concetto di pro-age e introdurne in istituto, tramite il linguaggio e i cosmetici che selezioniamo, senza il timore che, se la vecchiaia, smette di essere detestabile, le persone non sentiranno più il bisogno di occuparsi del proprio corpo e della propria bellezza. Forse, in un futuro spero non troppo lontano, non si venderanno più soluzioni anti-age, ma pro-age e forse si realizzerà almeno in parte l’auspicio di Simone De Beauvoir quando, in La terza età, si augurava che un giorno sarebbe stato per tutti e tutte noi possibile vivere una vecchiaia piena in cui perseguire passioni, scopi, progetti e godere di riconoscimento sociale, intellettuale e politico. Una condizione viva e pienamente umana, né ripiegata su di sé, né parodia di un’altra età. In altre parole, una società in cui “vecchia” non sia un’offesa! 

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