in foto una donna di spalle con dei fiori. rappresenta la festa della donna

Festa della Donna: perché l’8 marzo non è una celebrazione ma una conquista

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La giornata dell’8 marzo è sempre una data che sento molto: è un momento per ricordare (e celebrare) chi siamo e da dove veniamo.

In questa giornata, non voglio proporvi un articolo dove si parla di trattamenti, tecnologie o inchieste. Oggi voglio parlarvi di cura, quella che in primis sacrifichiamo per essere più “sul pezzo”. 

La festa della donna non è una “festa”. Almeno, non è solo una banale festa, è una memoria viva.

La Giornata Internazionale della Donna nasce all’inizio del Novecento, dentro le lotte operaie e nei movimenti per il suffragio femminile. Non da un singolo incendio – come spesso si racconta – ma da anni di scioperi, rivendicazioni e richieste di dignità. Nel 1910, alla Conferenza internazionale delle donne socialiste di Copenaghen, fu proposta una giornata dedicata ai diritti femminili. Da allora, quella data è diventata simbolo di partecipazione politica e di emancipazione.

La “Festa” della donna non è mai stata una celebrazione della fragilità. È sempre stata una richiesta di giustizia.

Col tempo però, l’8 marzo è diventato un rituale commerciale: mimose, sconti, frasi di circostanza, celebrazione della donna come “essere speciale, dal sorriso meraviglioso dagli occhi spaccanti“.

Ma la vera domanda resta: cosa significa essere donna oggi?

Essere donna oggi: tra conquiste e nuove pressioni

Viviamo in un’epoca di possibilità straordinarie. Studiamo, scegliamo, votiamo, costruiamo carriere, guidiamo aziende, scriviamo storie. Eppure, sotto la superficie delle conquiste, resistono tensioni sottili, politiche e sociali, che sembrano riportarci al medioevo.

  • C’è il carico mentale, quell’organizzazione silenziosa che tiene insieme casa, famiglia, relazioni, appuntamenti, scadenze. Non si vede, ma consuma energia. È una lista invisibile che raramente viene condivisa in modo equo.
  • C’è il giudizio costante sul corpo. Troppo curate? Superficiali. Poco curate? Trascurate. Troppo ambiziose? Egoiste. Troppo disponibili? Ingenue. La donna sembra dover camminare su un equilibrio impossibile tra aspettative contraddittorie.
  • C’è la sicurezza. La libertà di muoversi nello spazio pubblico (e troppo spesso anche nello spazio privato, quello domestico) senza paura non è ancora un dato acquisito.
  • C’è il consenso. Dire “no” dovrebbe essere semplice. Spesso non lo è.
  • E purtroppo la lista non si conclude qui.

Essere donna oggi significa gestire queste tensioni con una forza che non fa rumore. 

La trappola della “Superwoman”

Negli ultimi decenni abbiamo smontato molti stereotipi. Ma ne abbiamo costruito uno nuovo: quello della donna che riesce a fare tutto, sempre, senza cedere.

  • Professionista impeccabile.
  • Madre presente.
  • Compagna attenta.
  • Amica disponibile.
  • Corpo performante.
  • Emozioni sotto controllo.


La verità è che nessun essere umano può sostenere questa narrazione senza pagare un prezzo. L’idea della “Superwoman” non è emancipazione: è pressione travestita da successo.

La sfida autentica non è dimostrare di poter fare tutto. È rivendicare il diritto di scegliere cosa fare, e cosa no. Il diritto di riposare. Di sbagliare. Di cambiare idea. Di non essere perfette.

La festa della donna come atto di consapevolezza

La Giornata Internazionale della Donna per me dovrebbe essere questo: uno spazio di consapevolezza collettiva.

Non solo una celebrazione generica della femminilità, ma un momento per ricordare che i diritti acquisiti non sono irreversibili. Che l’equilibrio tra lavoro, vita privata e autodeterminazione è ancora fragile. Che la parità non è solo una questione numerica, ma culturale.

Essere donna oggi significa abitare il proprio corpo senza vergogna, la propria voce senza chiedere scusa, le proprie ambizioni senza sentirsi in difetto.

L’8 marzo non è un giorno in cui ricevere qualcosa: almeno, non è una “festa” che dovrebbe esaurirsi in una giornata.
È un momento in cui ricordare quanto è costato ottenere ciò che abbiamo. E quanto ancora possiamo (e dobbiamo ancora) trasformare.
Ed è nostro dovere ricordarlo a chi ancora non comprende che la Giornata Internazionale della donna non è un giorno “sterile”, ma rappresenta una missione, per tutte noi.

Perché essere donna, oggi, non è una categoria. È un atto quotidiano di presenza, resistenza e libertà.

Rachele Bini

Giornalista, vicedirettrice di Les Nouvelles Esthétiques Italia e caporedattrice di LNE School. Racconta il mercato dell’estetica professionale e della formazione, osservandone evoluzioni e dinamiche con uno sguardo di matrice sociologica. Unisce rigore giornalistico e capacità di sintesi, rendendo accessibili anche i temi più tecnici. Lettrice compulsiva, trova storie ovunque: anche nelle etichette degli shampoo.

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